Stai sfogliando l'archivio mensile di settembre 2008.
La fotografia è un’arte che si erge sulle altre per motivi razionalmente inspiegabili: la bellezza di un istante ben colto dall’obiettivo non trova creazione artistica umana di uguale universalità. La musica, prima tra le arti, è in un certo qual modo limitata dalla sua struttura matematica e dai singoli ascoltatori, nella loro predisposizione all’ascolto ed alla concentrazione su passaggi particolari se non addirittura ostici. I film e le animazioni perdono la sensazione di congelamento dell’istante che rende magica la visione dell’immagine. I libri o i racconti sono una bella avventura del pensiero ma necessitano di molta costruzione e quindi ancora più concentrazione della musica: aspetto chiaramente poco adatto ai nostri tempi. Una foto dopotutto colpisce sin da subito senza dover ricorrere ad esagerati approfondimenti, necessari ad esempio per un dipinto: aspetto questo che purtroppo è sorgente anche di una fiumana di foto banali e facili soluzioni stilistiche che riescono senza difficoltà ad emozionare chiunque facendo leva su effettucci di bassa lega e rielaborazioni piuttosto squallide. Tutto questo senza che possa dire di essere nemmeno lontanamente un buon fotografo: non posseggo una macchina costosa, nè tantomeno pretendo di criticare in toto le collezioni di giga e giga di produzioni per me poco ispirate raccolte su flickr.com et similia o nelle bacheche dei miliardi di possessori di fotocamere del pianeta. Personalmente, senza troppe pretese, mi piace bloccare in uno scatto di tanto in tanto i posti che visito, per lo più ambienti e panorami, cogliendone un bagliore divino, un battito cardiaco della terra che rende eterna la foto risultante: spero di aver ottenuto ogni tanto qualcosa di decente.
Nella copertina di “Med Sud I Eyrum Vid Spilum Endalaust” dei Sigur Rós, ispirata ai lavori del fotografo molto in voga Ryan McGinley, degli uomini nudi corrono attraverso una strada verso l’infinito: la foto ha dei colori molto sbiaditi e forse per questo la tanta pelle in mostra non risulta offensiva anzi se l’effetto che si voleva ottenere era una sorta di atmosfera celestiale, personalmente penso che si sia ottenuto nient’altro che uno sfocato cartellone pubblicitario della Pampers, plasticoso e scialbo (censurato con i bollini negli USA). Purtroppo, buttando subito le carte in tavola, posso dire che anche il contenuto qua e là, per la prima volta in un cd dei Sigur Rós, mostra delle crepe: la situazione non è così irrecuperabile ma l’abitabilità della struttura inizia ad essere a rischio. Vediamo perchè…
“Gobbledigook”, primo singolo, che riprende nel videoclip che lo accompagna in tv il tema del package dell’album, ci presenta dei Sigur Rós stravolti, con ritmi che ricordano alla lontana tamburi tribali e suoni da quadriglia: moderni figli dei fiori e guerrieri indiani sembrano combattersi o ballare assieme accompagnati da questa canzone; l’effetto sorpresa è devastante e ci fa sicuramente piacere aprendoci la bocca in un grande sorriso dandoci voglia di camminare svelti, urlando controvento. Senza accorgercene ai primi ascolti però, l’assenza di riverberi o dei marchi di fabbrica tipici della band, producono il principio della faglia che subito si allarga nella successiva traccia: “Inní Mér Syngur Vitleysingur” si mantiene infatti su questa strana allegria ma mostra il fianco alla temibile lancia della ripetitività, che essendo usata male taglia irremediabilmente l’effetto sopresa iniziale. Ci troviamo così ad annoiarci nell’ascolto della parte centrale dove il cantato indugia senza fine su una filastrocca, di cui capiamo ben poco per motivi di idioma, ma che è tipica di chi ha poche idee, o le ha piuttosto confuse. I rinnovati Sigur Rós continuano con “Góðan Daginn” dove appaiono degli archi più tipici ma poco incisivi in una traccia che fa il verso ad Ágaetis Byrjun – la canzone – senza riuscendo a raggiungere minimamente la bellezza dell’originale. Più interessante, finalmente, è “Við spilum endalaust” dove ad un basso ripetuto e ripetitivo si associano fiati e una semplice batteria: barocca ma simpatica, secondo bell’episodio dopo la canzone iniziale. La quinta traccia è “Festival”: di per se è un bel sentire con una prima parte che ricorda Von ed una seconda che coniuga parti di Gong e Hafssól. Un difetto molto grande di questo cd viene ribadito proprio qui: per la seconda volta ci viene da pensare “mi ricorda molto…”. Festival è una discreta canzone, per carità, dove finalmente torna un po’ il vero suono del gruppo ma quel basso messo lì dalla metà è, in un certo senso, atteso da chi conosce un minimo i Sigur Rós: se siete proprio buoni conoscitori anche il fischio sul finale dovrebbe rimandarvi a Hafssól e Olsen Olsen. Senza critiche negative invece “Með Suð Í Eyrum”: molto ben fatta ed emozionante dal finale oserei dire eclatante, non avrebbe sfigurato in Takk…, risultando forse il migliore passaggio di quel disco. Un piano ci accompagna nell’intimità iniziale di “Ára Bátur” che inaugura l’epilogo del disco: l’esplosione sul finale sarebbe assolutamente perfetta se non fosse per i coretti bucolici di fondo. Questo brano ha il demerito di farci entrare nel disco solista di Jonsi, il cantante: di fatti il cd che abbiamo nel lettore ha questa strana composizione in cui la prima parte è suonata dai nuovi Sigur Rós, barocchi e allegri, la seconda dalla vecchia band, con riverberi, archi e basso a farla da padrone, e la terza dal solo cantante che si lancia in un lungo assolo di songwriting a tratti folk come nella successiva “Illgresi”, che stanca facilmente perchè il gruppo viene tagliato fuori e rimangono una chitarrina acustica e qualche arco qua e là. Flood, il produttore anche abbastanza famoso (U2), ha ragionato in maniera forse un po’ troppo schematica e ha tolto in questa maniera anima al prodotto. L’unico vero capolavoro del Jonsi-album è “Fljótavík” dove il cantante non si ostina ad abbandonare il falsetto come in precedenza e tutto funziona alla perfezione: il cuore torna a battere e gli occhi a tremare quando la voce si innalza accompagnata dagli archi. La strumentale “Straumnes” ci accompagna pacatamente nella angolofona “All Alright”: anche qui lo zampino del produttore inglese a cercare di internazionalizzare il gruppo con una canzone che tuttavia, nonostante le pessime premesse commerciali, non è poi così male, nel suo incedere profondo e sussurato del testo. E così nel falsetto ci tornano alla mente le foto che abbiamo fatto e le foto che avremmo voluto fare: un’alba che incendia la città lontanissima, la luce dorata del sole tra la nebbia e la neve, un gatto che ci fa le fusa tra le braccia, una bandiera appesa al lampione acceso sul ponte agitata dal vento estivo, una ragazza affacciata alla finestra con le luci rosse del tramonto filtrate dalla tapparella a segnare il suo volto, la stanza di una vita tinteggiata di giallo per soli dieci minuti prima che sia sera, la neve fresca che si alza al nostro passaggio, la spiaggia e gli scogli all’ora di cena… Questo album appena terminato è così, belle foto raccolte e foto stupende non fatte: peccato.
Consigliato a tutti perchè è un disco che presenta dei Sigur Rós ormai distanti anni luce dal post-rock degli esordi, addolcendo le asperità e le difficoltà delle prime produzioni, insuperate ed insuperabili per bellezza: qui quasi tutto potrebbe passare in radio, una bella radio, ma pur sempre una radio.
Primo Settembre e fuori piove elettricità, sigla di chiusura di una grandissima Estate: alla finestra i titoli di coda sullo sfondo nero delle alte minacciose nuvole con al termine del rullo la scritta “To be continued…” perchè oltre a delle esperienze ben precise nel tempo, finalmente portiamo con noi una nuova felicità che ci fa sentire, in maniera presuntuosa, così maturi. Buone sensazioni costruite in maniera assolutamente calma, così calma da sembrare quasi inatteso il successo finale: è bastato camminare molto, viaggiare quel che basta, parlare senza tabù e immergersi senza ritegno nella musica. Tra queste attività la prima è stata sicuramente la migliore perchè camminando in lungo e largo quasi ogni sera per la piccola città, isolati dalla gente attorno grazie alle cuffie, si riesce a dare una colonna sonora ad ogni piccola cosa che incontriamo convincendosi di volta in volta che quando appoggiamo il piede su un dato tratto di asfalto parte una precisa nota od un riff, che quando imbocchiamo una nuova via la canzone varia o si getta in un certo passaggio melodico, che quando alziamo lo sguardo verso gli angoli dei palazzi più alti, vedendoli illusoriamente muoversi al nostro posto, gli archi e la melodia ci accompagnano nella nostra visione.
Nelle divagazioni cittadine capita poi di incontrare qualche conoscente con cui scambiare due parole o ancor meglio due ragazzi coetanei sconosciuti ma solari, pronti a venire in capo al mondo assieme a te senza nemmeno sapere il tuo nome: dei due la ragazza ti prende le cuffie per ascoltare cosa stai sentendo e quando capisce che sono gli Yeah Yeah Yeahs ti stampa un forte bacio sulla guancia destra per poi scomparire nuovamente, assieme all’amico, nel buio tinteggiato dal giallo delle lampade delle piccole vie di Ascoli salutandoti ormai distante ma ben visibile, vista l’assenza assoluta di persone in giro a quell’ora così tarda. Tutto è così perfetto da far quasi paura mentre nella testa continuano a suonare le ultimissime tracce di “Fever to tell”
Il disco nominato parte con “Rich” e la sua perfetta introduzione che mette subito in chiaro molte cose: non siamo di fronte ad un gruppo che suona leggero nè tantomeno con peli sulla lingua, è davvero tutto sex, drugs and rock’n'roll e ne troviamo conferma nella voce stridula urlata della cantante alla strofa piuttosto esplicita “wish you’d stick in to me” e nei riff cupi di fondo. La linea della chitarra seguita più pesante nella seguente “Date With The Night” che aggiunge ancora carne al fuoco con la chiara descrizione di un amplesso: la traccia di per se ci mette una dannata voglia di ballare, muoversi e annullare tutte le inibizioni. La brevissima “Man” ci trasporta, grazie ad un rock’n'roll altamente classico verso la seguente “Tick” non molto più lunga ma sicuramente più interessante al di là del solito aspetto lirico dai temi prettamente sessuali: bel tessuto di chitarra e batteria pestata a dovere. “Black Tongue” rallenta giusto un attimo spostando la chitarra verso un suono più pieno e denso: ringraziamo commossi anche per il lavoro sulla voce che passa dallo stridulo al profondo attraverso dei gorgheggi da rockstar libidinosa e viziata. Il primo ascolto degli Yeah Yeah Yeahs all’epoca del loro lancio come la band più cool del momento mi lasciò piuttosto perplesso, essendo comunque anche tuttora molto distanti dal genere che normalmente ascolto: poi in tv vidi il video e ascoltai “Pin” e fu subito amore. Questa traccia così semplice eppure così pazza e paranoica dalla durata irrisoria come per il resto delle canzoni era un bicchierino di rum da buttare giù senza pera: apparentemente scanzonata e nonsense, rimane uno dei migliori episodi in assoluto della band fino ad oggi. Sorvolando sulla seguente “Cold Light”, un po’ banale, con la ormai solita chitarra onnipresente e testi al limite della descrizione di un incesto, arriviamo alla leggermente atipica, sia per lunghezza (ben 5 minuti!!!) sia propriamente come composizione ed evoluzione della traccia, “No no no” che sul finale rallenta lasciando spazio a riverberi e un’atmosfera spettrale. Il primo singolo più emozionale che incontriamo è la fenomenale “Maps”, soggetta a molte interpretazioni sui testi ma quella che più mi piace riguarda una dichiarazione d’amore per la propria città che in questo caso è New York, la grande mela. Con questa canzone nelle orecchie si può provare quell’effetto di romantico smarrimento che descrivevo nell’introduzione guardando i palazzi alti senza vederne la base. Impagabile accompagnamento delle passeggiate notturne per le vie della propria città. Per lasciarci con un bell’effetto di continuità la canzone sfuma in un altro bel pezzo che risponde al nome di “Y Control” che sembra riassumere con i suoi tappeti sonori tutte le soluzioni scelte dalla band fin qui. Nota di merito alla chitarra in un certo qual senso evocativa che va a chiudere virtualmente l’album lasciandoci all’ascolto rilassante della seguente traccia di vera chiusura, ovvero “Modern Romance”: una composizione doppia definita da una prima parte che dà il titolo alla traccia, in cui c’è il lamento rassegnato per l’assenza di una storia romantica nei tempi odierni ed una seconda parte in cui tutto si rasserena e viene decantato un vero amore. Lacrime d’angoscia e lacrime di gioia tutte raccolte in 7 minuti a restituire una bella prova di sensibilità: i campanelli che appaiono nella prima parte suonano come stelle che scendono dagli occhi mentre risuona la frase “go get strong” a cercare di portare conforto. Nella versione UK è presente anche un piccolo tributo alla grande mela dal titolo “Yeah! New York”, ma nulla aggiunge e nulla toglie a ciò che abbiamo ascoltato sin qui, ovvero un album di urla e rock, tinteggiato di rosa e nero.
Consigliato a quelli che odiano quello che ascolto solitamente perchè qui siamo veramente nel mondo opposto, musicalmente parlando: se poi non vi piace manco questo allora vuol dire che ascoltate Scialpi, FUORI DA QUI!!!


